Sono passati 33 anni da “Kramer contro Kramer”, il film con Dustin Hoffman e Meryl Streep che si lanciano in una guerra assurda e distruttiva per contendersi il figlioletto, eppure oggi più che mai di guerre così ne vanno in scena quasi ogni giorno nei nostri tribunali. Non sarebbe ora di dire basta?
Mentre il mondo è distratto dalla crisi economica o soltanto dall’ultimo reality show televisivo, le nostre tiepide case (o quelle dei vicini) rischiano di trasformarsi in piccoli lager. Se la citazione di Primo Levi vi sembra impropria o esagerata, chiedetevi per un attimo se questi sono bambini.
Quei tre di cui vi raccontiamo oggi nelle pagine di cronaca, che rischiano di essere allontanati da entrambi i genitori/contendenti, e tanti altri come loro per cui si battono le associazioni che l’altro ieri si sono date appuntamento davanti al Tribunale di Como. I dati dicono che le separazioni aumentano ogni anno (in Lombardia siamo al 37% e sommando i divorzi si arriva a sfiorare il 50%) e che nella stragrande maggioranza dei casi la contesa dei figli e del patrimonio rimangono la regola. È una sconfitta per tutti, è una sconfitta per la società. Nell’ultimo periodo è stato sollevato il velo sui troppi papà separati finiti a ingrossare le fila dei nuovi poveri (indagine Istat/Caritas). In altre città, a partire dalla capitale, i Comuni stanno mettendo a disposizione dei monolocali, più dignitosi dell’automobile, ma eticamente inaccettabili: è lo stesso sistema ad aver creato questa fascia di disagiati sociali.
E non sono vincitrici nemmeno la mamme cui i suddetti papà hanno lasciato casa, prole e assegno di mantenimento: significa essere ricacciate indietro nel tempo e nella cultura delle pari opportunità, quando le donne tiravano su i figli da sole.
Chi paga il prezzo più alto sono i figli medesimi: ci rimettono persino la salute. Lo ha scritto nero su bianco l’Ordine degli psicologi in una relazione presentata in Senato l’8 novembre per sollecitare l’unica cosa che può tirare fuori subito questi bambini e i loro genitori dal pantano (o meglio dal ring): una legge che renda davvero condiviso l’affido, come quella francese sulla residenza alternata, non come quella italiana, che, notano gli stessi psicologi, è stata disattesa dai giudici con l’invenzione del genitore collocatario.
Citando le indagini epidemiologiche condotte a livello internazionale sui figli dei separati, gli psicologi indicano i «punti fondamentali al fine di promuovere la salute dei minori»: frequentazione equilibrata dei due genitori; percepire come propria sia la casa del padre sia quella della madre; ricevere cure da entrambi, in forma diretta, non tramite assegno.
Donne e uomini di buona volontà stanno lanciando segnali positivi manifestando insieme, sarebbe bello che qualche parlamentare comasco facesse propria la battaglia.
Pietro Berra
http://www.laprovinciadicomo.it/stories/Caccia%20Grossa/265896_i_pap_separati_e_quei_bimbi_contesi/
Da alcuni giorni il mondo femminista sta dando piu’ spettacolo del solito su FaceBook. Tra fake, trolls, utenti reali e bacheche virtuali, volano accuse e insulti degni dei più nostalgici emuli del newyorkese Bronx. Un Bronx tutto al femminile questa volta.
Sono due le dame che agitano le pagine e le notti insonni del network di Mark Zuckerberg. Da una parte Licia Palmentieri, esponenete del femminismo napoletano e moderatrice di una pagina su FaceBook denominata “No alla violenza sulle donne“, dall’altra Loredana Morandi, autrice del blog Giustizia Quotidiana e anch’ella presente su fb con un propria pagina avente lo stesso nome del blog: Giustizia Quotidiana, appunto.
Sia la Palmentieri che la Morandi, in passato si sono distinte per pesanti attacchi diffamatori contro persone e realta’ dell’altro mondo, quello non femminista.
Spesso si sono scagliate all’unisono contro la seguitissima pagina “NO ALLA VIOLENZA SULLE DONNE” gestita da persone in aperto contrasto sia con i metodi sia con la cultura legata al femminismo più estremo. Gli attacchi, palesemente diffamatori, sono ovviamente stati oggetto di numerose querele delle quali siamo a conoscenza e che sono tuttora al vaglio della Magistratura.
Evidentemente il tempo di quell’alleanza femminile è però giunto al termine. Si è trattato di una collaborazione importante, tuttavia. C’è una lettera di incarico a firma Andrea Coffari che colloca la Morandi nello staff del Movimento per l’Infanzia e che porta la data del 14 aprile 2011; una collaborazione che ha visto la sig.ra Loredana Morandi essere ufficialmente nominata addetto stampa del convegno fiorentino contro la Pas promosso dal Movimento per l’Infanzia e dal suo Presidente, l’avv. Andrea Coffari.
Adesso la Licia Palmentieri sostiene pubblicamente che la Loredana Morandi, nonostante il recente incarico affidatole nell’ambito dell’importantissimo Convegno toscano, sia una persona malata di mente, gia’ da tempo soggetta a importanti cure psichiatriche.
Noi assistiamo increduli all’evolversi di questa vicenda nella quale, piu’ o meno direttamente, siamo stati e siamo tuttora maldestramente citati. Quello che ancor più colpisce è che la Morandi, oltre ad essere adesso indicata come una persona “psicologicamente fragile”, riceva insulti pesanti dall’altra. Non è forse questa una forma di violenza psicologica?
A questo punto ci chiediamo dove stia la verita’.
Possibile che l’ufficio stampa di un convegno medico sia stato affidato a quella che la femminista definisce adesso come “persona malata di mente e già in cura presso il CIM” ?
Da parte sua, la (ex)Addetta Stampa del convegno contro il riconoscimento della PAS, lanciando gravi accuse anche contro l’organizzazione dalla quale aveva ricevuto l’incarico, attraverso la sua pagina FB https://www.facebook.com/GiustiziaQuotidiana
Un macello, insomma, che toglie credibilita’ anche a quel convegno.
Se la signora Morandi fosse effettivamente nelle condizioni indicate dalla Palmentieri, come è stato possibile che le sia stato dato quell’incarico anche e proprio nell’ambito di un convegno che aveva tra gli organizzatori anche un medico psichiatra di sua conoscenza, ovvero il pugliese Andrea Mazzeo?
Ad majora.
Segue documentazione grafica
http://www.bollettinodiguerra.com/war_archives/palmentieri-morandi/
La Regione Liguria ha assunto già nel 2004 un provvedimento di indirizzo per i servizi sociali in cui nella classificazione delle forme di abuso era inclusa anche la alienazione parentale come abuso psicologico.
Nell’allegato A (“indirizzi in materia di maltrattamento, abuso e sfruttamento sessuale a danno dei minori”) alla delibera 1-10-2004 n. 1079 viene riportato, al punto 2, quanto segue:
2. Classificazione delle diverse forme di abuso.
a) maltrattamento;
b) patologia delle cure;
c) abuso sessuale;
d) violenza assistita di minori in ambito familiare;
e) violenza virtuale;
f) sindrome da alienazione parentale: stato psicologico manifestato da minori posti al centro di conflitti parentali con l’inibizione a frequentare uno dei genitori; emerge soprattutto nei casi di separazioni o divorzi conflittuali
Estratto delibera n. 1079 di data 1-10-2004 della Regione Liguria, pag. 3.
http://www.alienazione.genitoriale.com/la-regione-liguria-riconosce-lalienazione-parentale-gia-dal-2004/
È oggi uno dei peggiori pericoli per i bambini. Ma non è facile parlarne: in attesa di un intervento della magistratura, è come prima di tangentopoli: si sa tutto, ma non è possibile dirlo. Descriviamo quindi un tipico caso immaginario, che assomma le infamie tipiche di tanti casi reali, mettendo in luce le distorsioni ed il giro di affari che alimentano il sistema.
Piercamillo Davigo (uno dei PM che scoperchiarono tangentopoli) dice che per un uomo «è più facile uccidere la moglie che venire a capo di un divorzio difficile»: il sistema delle false accuse è sessista. Una madre può impadronirsi dei figli, a costo di rovinare loro la vita, in questo modo:
nnandolo ad “incontri protetti” con suo papà (un’ora a settimana in un ufficio dei Servizi Sociali); c) lo Stato paga l’assistenza legale alla sedicente maltrattata. Che può così essere assistita anche nel divorzio da un avvocata di un centro femminista, che ha interesse ideologico ed economico ad inasprire la conflittualità senza pietà per i bambini. La madre può far sparire i figli chiudendosi con loro in una struttura ad indirizzo segreto (mascherata da centro anti-violenza*), in modo da fare colpo sui Giudici ed ottenere altri soldi dallo Stato.
giustificare le condizioni in cui ha plagiato i figli usandoli per false accuse di pedofilia contro loro padre e/o suoi familiari. Esistono organizzazioni (mascherate da associazioni anti-pedofilia), con ginecologhe, psicologi ed altri abusologi noti per aver già firmato centinaia di certificati di abusi poi smentiti dai periti dei Tribunali. Nuovamente lo Stato paga l’assistenza legale, ed avvocati senza scrupoli ci guadagnano sopra, anche 100,000€ se riescono a prolungare in appello processi basati sul nulla. Nel frattempo la madre può permettersi di disattendere le decisioni dei Giudici.Naturalmente, esiste anche una minoranza di padri colpevoli, così come queste madri malevole sono la minoranza. Il problema è quella minoranza di organizzazioni che le aiutano, amplificando i loro problemi in tragedie per i bambini.
Sempre più magistrati appaiono consapevoli dell’ondata di false accuse usate per aggirare la legge del 2006 sull’affido condiviso, coincisa con la diffusione di statistiche grottescamente false (“violenza prima causa di morte per le donne”, “un bambino su sei è abusato”…); ci si attende una contro ondata di condanne per calunnia. Ma occorre prevenire bloccando questa pratica al punto 1. I cittadini e lo Stato possono aiutare i bambini evitando di donare fondi che possano alimentare il sistema delle false accuse.
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http://www.dirittoeminori.com/pages/il-sistema-delle-false-accuse/
Articolo tratto dalla rivista scientifica Cuad. Med. Forense (2006) 43-44.
C. Segura, MJ. Gil e MA. Sepúlveda
Riassunto
La famiglia tradizionale ha sofferto grandi cambiamenti negli anni recenti, che hanno portato ad un grande incremento di separazioni e divorzi. È importante garantire il diritto dei bambini ad adeguare relazioni sia con i loro padri che con le loro madri mantenendo intatti i legami. Senza dubbio ci sono situazioni nelle quali uno dei due genitori ostacola le relazioni con l’altro genitore, che degenerano nella Sindrome di Alienazione Genitoriale, una delle più sottili forme di maltrattamento, finora quasi sconosciuta, ma che sta venendo alla luce e produce un grave danno al benessere psicologico ed allo sviluppo dei minori colpiti.
In questo lavoro si studia la PAS come forma di maltrattamento sull’infanzia esponendo alcune delle condotte maltrattanti da parte di chi instilla la PAS. In conclusione, vengono presentati due casi in cui è stata riconosciuta la PAS e si analizzano le conseguenze psico-patologiche che queste situazioni causano nell’infanzia, così come gli interventi.
Testo completo in spagnolo (link).
http://www.alienazione.genitoriale.com/pasmaltrattamento/
Non occorre essere avvocati, non occorre essere vittime, non occorre essere psicologi, non occorre essere uomini per comprendere quanta sfrontata disparità di trattamento vi sia tra uomo e donna nell’ambito del diritto di famiglia, dopo una “separazione” (in senso lato, e dunque anche tra conviventi more uxorio). Occorre essere solo persone di buon senso, dunque equilibrate, oggettive, prive di pregiudizi, informate con dati alla mano.
Certo in anni in cui sono state create le Commissioni Pari Opportunità oramai anche nel condominio – per discutere pressoché di un solo argomento, quale il riequilibrio appunto delle pari opportunità in favore della donna, identificata quale soggetto debole – tutto questo fa sorridere oppure suggella l’argomento che affronto ora.
Tuttavia è necessario affrontarlo, anzi a mio avviso prioritario. Perché quando si sfalda la famiglia e le parti (ergo il marito e la moglie, il convivente e la convivente, spesso anche nei confronti dei figli) non trovano amichevolmente un accordo, tale disparità può emergere prepotentemente perché indotta da terzi. Terzi chiamati a dirimere il conflitto, come vigili catapultati dall’alto nel traffico di Roma a piazza Venezia. Se non sono all’altezza, non solo il traffico non si snellisce ma ancor più si aggrava paralizzando in poco tempo la città.
La metafora è necessaria per spiegare che l’importanza del “vigile” è fondamentale. Il “vigile” deve essere preparato, competente, aggiornato, multidisciplinare, retto, rigoroso, equilibrato, onesto. Non ultimo saggio, dunque esperto. Non è poco.
Se manca tutto ciò dovrebbe essere rimosso e sanzionato.
Il “vigile” non deve essere necessariamente il giudice. Può anche essere il mediatore. Se nonché è grottesco come il legislatore, accecato dalla furia di deflazionare il contenzioso (ergo, il processo civile) per manifesta incapacità di riformare la giustizia italiana (ma ancor più forse per manifesta carente volontà di riformarla) così prevedendo la “mediazione” obbligatoria in tantissime materie, se ne sia dimenticato proprio in materia di famiglia (a parte i “patti di famiglia”).
Come mai non l’ha inserita proprio in una materia in cui sarebbe stata utile per attenuare e forse risolvere la conflittualità tra 2 genitori?
Giova peraltro sottolineare come la conflittualità non sempre sia proveniente da entrambe le parti ma anzi spesso sia imposta da un coniuge all’altro. Uno è carnefice e l’altro vittima ed è necessario sapere distinguere i due ruoli. Non sempre entrambe le parti anelano a divenire carnefici. Soprattutto se di mezzo c’è un figlio.
Ciò che è particolarmente grave è che in tale materia (separazione, divorzio, affidamento condiviso) il diritto di uguaglianza viene quasi sempre sacrificato in favore della donna. Tale diritto abdica al principio non scritto ma consolidato (perlomeno in Italia) secondo il quale la donna è il soggetto debole da tutelare, sempre e comunque, e l’uomo è il soggetto forte, se non da colpire quanto meno non da tutelare. Un volto anonimo, una figura informe, un’idea di donna. Senza un’identità.
Una visione della donna arcaica, certo non allineata né con quello che è accaduto negli ultimi 50 anni, né con la società reale. Peraltro, come qualcuno ha giustamente fatto notare, anche una prospettiva degradante e squalificante della donna. Perché confinarla sempre e comunque quale “soggetto debole” è un esercizio culturale bieco e meschino, retaggio questo si di un ologramma mentale secondo il quale deve esservi indissolubile associazione tra donna-madre-casalinga. Una madonna da tutelare, sempre e comunque. Virginale anche quando non lo sia affatto.
Ci si domanda in quale società vivano questi giudici, questi assistenti sociali. Ma anche questi psicologi e questi avvocati, che senza un barlume di deontologia e privi di alcun rigurgito di coscienza, si rendano servili a meri esecutori della volontà cinica, spietata, feroce, ingiusta, irresponsabile e da ultimo illegale dei propri clienti. Che spesso, ahimè spiace dirlo, sono donne.
Personalmente non assumerei mai un incarico in una materia che so di non padroneggiare bene e mai assumerei la difesa di una donna (o di un uomo) che vuole distruggere il suo ex, ancor di più se di mezzo c’è un figlio. Men che mai lo inciterei a compiere atti di dubbia leicità, alterandone il volere. Temo che ciò avvenga. Con gravità e avidità, che si cumulano all’azione della separata (o del separato).
E’ la donna che spesso brandisce il figlio contro il padre, usandolo come mero strumento della propria cinica vendetta, oppure solo per appagare la propria avidità e la sete economica. Forse anche di potere. Più raramente tale strumentalizzazione è posta dall’uomo. Il quale usa altre armi (economiche) ma va detto, in molti casi, anche per autodifesa dinanzi ad un sistema palesemente diseguale e insidioso.
Certo conosco molte donne che mai penserebbero di comportarsi pregiudizievolmente verso il padre del figlio, e dunque verso lo stesso figlio al quale si rischia di causare danni gravissimi. Conosco padri irresponsabili che potrebbero fare di tutto tranne che i padri. E che per il bene dei figli dovrebbero stargli lontani.
Se un genitore è equilibrato ed onesto, si mantiene saldo anche durante e dopo la separazione. Non sempre è così ma sicuramente può essere un presupposto per validare tale percorso. Una delle scriminanti di tale insulsa, grave, dannosa condotta (la strumentalizzazione del figlio) può essere il binomio equilibrio-onestà.
Trattare questo argomento senza onestà intellettuale fa subito scattare l’accusa di sessismo, misoginia, maschilismo etc. Affrontare senza remore il potere delle donne, impropriamente fornito loro dai giudici (il 60% oramai è donna), fa scattare anche una reazione crociata.
Ci sono tuttavia molte donne equilibrate, o anch’esse vittime, che riconoscono come il problema non sia solo presente ma anche palpabile.
Ciò che accade nelle corti italiane ha dell’incredibile: quasi sempre l’uomo diviene un indebito percettore di reddito della donna, per se stessa e per i figli a prescindere (da effettive necessità e dal rendiconto), privandolo anche del necessario sostentamento e con indifferenza verso il suo prossimo futuro. La donna diviene portatrice di diritti consolidati, alla stregua di dogmi, l’uomo portatore di soli doveri. La donna diviene l’esclusiva nutrice e custode dei figli, l’uomo il rude cavernicolo che deve continuare a portare cibo e vestiario nella “caverna” (però di fatto non più sua) senza potervi entrare. Anzi magari contemplando dall’esterno il nuovo amante, al quale viene offerta anche la possibilità di essere chiamato “padre”.
Emerge dunque una visione troglodita dell’uguaglianza tra uomo e donna che si scarica sulle spalle dell’uomo, espropriato della propria dignità, ancor prima che dei diritti, il quale matura una sorta di percorso kafkiano, calandosi appieno e suo malgrado ne “Il processo” dove viene additato e processato di continuo senza comprendere quale sia la sua colpa. Destinato a scontare colpe non sue ma solo per l’essere stato un tempo amante e generante.
Il legislatore non scrive in alcun modo che tutto ciò debba accadere. Sarebbe stato troppo aberrante. E troppo contrario a qualsivoglia principio di diritto, forse anche di diritto naturale.
Non lo fa soprattutto con l’affidamento condiviso nella cui legge n. 54/2006 vi è solo una ratio: quella di perseguire e assicurare la bigenitorialità al minore. E per fare ciò bisogna sforzarsi di trovare la soluzione più adeguata alla fattispecie concreta. Bisogna ascoltare, capire, focalizzare chi mente e chi non. Bisogna sanzionare e punire chi non mente. Bisogna avere coraggio. Ma il coraggio dell’onestà. Bisogna soprattutto essere responsabili. Perché il destino di molte vite dipende anche dalla tua decisione.
Non occorre procedere per prassi e per moti perpetui consolidati (€ 300/mese, collocato presso la madre, un w.e. si e uno no, impunità assoluta della madre ed anche di trasferirsi a 1.000 km di distanza, ricorso e abuso degli assistenti sociali, etc. etc.) perché facendo ciò si tradisce la l. 54/2006 e soprattutto si contribuisce alla devastazione della società civile. Perché la nostra società è ancora fondata sulla famiglia, pur labile e franosa. E creare padri ghettizzati e donne spietate ed economicamente arricchite, certo non contribuirà a tutelare la famiglia. Creerà solo una schiera enorme di padri impoveriti (privati dell’affetto dei figli che dovranno elemosinare; ed comicamente precari) e di futuri imminenti adulti traumatizzati.
L’alienazione parentale, la subdola strumentalizzazione di un figlio e dunque il grave abuso psicologico, il plagio, la menzogna, sono atti di estrema gravità che possono e devono essere sanzionati con l’affidamento esclusivo. Proprio perché eccezionale all’affidamento condiviso. Proprio per tutelare il minore. Il quale viene tutelato solo se si tutelano anche i genitori. Dunque serve un cambio di rotta forte e immediato da parte delle corti. Perché se ciò non accadrà, suggerisco io, ci si rivolgerà presto alla Cour européenne des droits de l’homme per violazione della Convenzione dei Diritti dell’Uomo. E poi ne vedremo delle belle.
di Marcello Adriano Mazzola
http://www.genitorisottratti.it/2012/02/disparita-di-trattamento-tra-genitori.html
In natura qualunque animale, se genitore, difende con ferocia e coraggio, sino anche alla morte, il proprio cucciolo. Sia essa madre o padre, l’indomita difesa viene opposta a chi minacci un pericolo. L’istinto è quello della conservazione e dunque anche della salvaguardia della riproduzione, a baluardo del continuum magico e improcrastinabile della vita.
Mi ha sempre colpito questa struggente immagine della madre e/o del padre che moltiplicano le forze, rendendosi quasi invincibili, per contrastare la minaccia. Spesso vincendo, anche su esseri di gran lunga più forti.
Sappiamo bene quanto sia pericoloso imbattersi in una mamma cinghiale con i suoi piccoli. Provate ad avvicinarvi ad una cigna con i suoi frugoletti pelosi color cenere. Dagli animali dobbiamo imparare tanto. Vivremmo tutti molto meglio e il mondo sarebbe più integro e buono.
Non occorre scomodare l’etologia umana per comprendere come tale comportamento sia al pari replicato nell’uomo. La mamma e il papà si ergono d’istinto a scudi nel difendere il cucciolo.
Appunto, la mamma ed il papà. Se in natura capita forse raramente che una coppia si separi con reciproche rivendicazioni, nel genere umano ciò oramai avviene di regola. In tal caso la minaccia e il pericolo si possono annidare dentro la famiglia, oramai disgregata. Il seme velenoso si annida nella stessa pianta che ha dato la vita.
L’analisi di decine di contenziosi a me noti rivelan come sia quasi sempre la donna-mamma a ghermire il cucciolo contro l’uomo-padre, alle volte effettivamente per tutelarlo (si pensi a casi di violenza), assai più spesso per ferire, distruggere, minacciare l’uomo-padre, per vendicarsi per presunti o reali torti subiti.
C’è qualcosa di drammaticamente attuale in tutto ciò. Già nelle settimane passate ho affrontato il tema e il dibattito è stato acceso. Ciò conferma l’attualità ed esalta l’esasperazione conflittuale che trasmoda in una discussione dove si fronteggiano nemici. Gli stessi nemici che poi si scontrano nelle aule di giustizia. Nemici che poco tempo prima sono stati amanti, compagni, forse amici, complici, infine genitori. Dall’amore all’odio più bieco, più meschino, più truce. Un cortocircuito come la lava che irrompe nel mare.
Quando l’uomo è la minaccia, spesso brandisce la forza oppure il sostegno economico. Può essere minaccioso e turpe anche se si sottrae ai suoi doveri genitoriali, eclissandosi dalla crescita del figlio. I casi non mancano e son tutti gravi. Vanno puniti, sanzionati.
Raramente però l’uomo usa il cucciolo, brandendolo come un’ascia di guerra per colpire la madre, così cagionando danni irreparabili al figlio e alla madre. Egli ha una sorta di religioso rispetto per la madre (pur anche disprezzandola) e per il figlio. Raramente è subdolo, adoperando la violenza della manipolazione (giorno dopo giorno nella crescita del figlio, goccia dopo goccia come una stalattite appuntita) e della negazione della continuità del rapporto (febbri improvvise, telefoni guasti o staccati, cambi repentini di programma, menzogne costanti e interminabili).
La donna a volte dimentica di essere madre e può divenire spietata. Dinanzi a una donna-madre che ghermisce il cucciolo considerandolo un oggetto piegato ai propri scopi (vendetta, pecunia, egoismo, gelosia etc.) perché stupirsi allora se l’uomo diviene un indomito animale feroce pronto ad affrontare mille battaglie pur di stare col proprio amato cucciolo?
Uomini che vengono alienati, che vengono distrutti nella propria esistenza, oramai con la mente solo dedita allo studio di una strategia per contrastare una battaglia impari, inspiegabile, assurda, pregiudizievole per il minore. Battaglia impari perché in Italia la legge sull’affidamento condiviso è stata distorta, malleata, dissacrata. In pochissimi casi i giudici sanno compiutamente adoperarsi per realizzare un affidamento condiviso. Per fare ciò occorre ascoltare le parti, studiare bene le carte, comprendere chi mente e chi recita, trovare la soluzione adeguata. Sanzionare e punire.
Quasi sempre il minore viene collocato dalla madre anche quando quest’ultima si appalesi come indegna di essere madre. Perché? Quasi sempre il padre viene saccheggiato economicamente e deve cedere casa, parte delle proprie risorse verso la madre, alla quale non viene chiesto alcun rendiconto. La donna può autodisoccuparsi, lamentarsi, calunniare, diffamare, usare il figlio.
Occorre dunque un cambio di rotta da parte dei giudici, equiparando realmente i diritti e i doveri dell’uomo a quelli della donna. Nell’interesse precipuo del minore. Senza un padre adeguatamente tutelato non vi sarà mai un figlio tutelato. Avremo presto una società composta da adulti traumatizzati.
In questi mesi è un fiorire di libri scritti da padri devastati, i quali denunciano storie simili e commoventi. L’ultimo è Nei tuoi occhi di bambino di Tiberio Timperi. Libri scritti per rivendicare diritti. E per ricordare ai propri figli quanto amore hanno nel loro cuore.
Marcello Adriano Mazzola
http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/10/cuccioli-ghermiti-e-padri-feriti/190355/
“Un gesto estremo, specchio di una grave sindrome di disagio e deprivazione, messo in atto nel tentativo disperato di riaffermare il proprio ruolo paterno e sociale”. Cosi’ Massimo Di Giannantonio, docente dell’universita’ ‘D’Annunzio’ di Chieti, prova a spiegare il caso del giovane padre che oggi a Roma ha gettato nel Tevere il figlio di 2 anni, dopo una lite con la madre del bimbo. L’uomo, fermato dai carabinieri, ha confessato spiegando gli scontri con la compagna per l’affidamento del piccolo: “Non me lo facevano vedere”, avrebbe affermato.
“Possiamo dire – spiega Di Giannantonio all’Adnkronos Salute – che ci troviamo nel campo delle reazioni estreme e irrazionali, marcate da un’enorme sofferenza psico-patologica e da una grave sindrome di disagio e deprivazione”. E’ la parabola drammatica di “una coppia di giovani in crisi relazionale, genitoriale, esistenziale ed economica”, analizza lo psichiatra. E in questa situazione di “crisi complessiva”, a 360 gradi, ha forse prodotto un effetto deflagrante la paura di venire ‘espropriato’ della paternita’, “probabilmente uno dei pochi punti fermi per questo ragazzo che viveva una condizione di equilibrio gia’ precario”.
Un malessere che il giovane ha sfogato quindi con “un’aggressione irrazionale ai danni del figlio, sostanzialmente con due scopi”, conclude l’esperto: “Da un lato la voglia di riconfermare il proprio ruolo paterno e sociale (un pensiero tipo ‘sono io che decido cosa devo fare di mio figlio’), dall’altro il bisogno di rassicurare se stesso di potercela fare anche totalmente da solo”. In altre parole, il ‘movente’ e’ stata l’urgenza di “recidere un legame di dipendenza, dunque di sofferenza, angoscia e frustrazione, da qualcosa che il padre non era piu’ in grado di controllare”.
Milano, 4 feb. (Adnkronos/Adnkronos Salute)